#00 - scatoloni
un inizio grezzo, per evitare di procrastinare all'infinito
Scusate il ritardo.
Come spesso mi accade in queste circostanze, più cercavo di strutturare e cercare un percorso per il mio flusso di idee, più questo percorso si ramificava in infinite direzioni; più la struttura alla quale cercavo di aggrapparmi perdeva di utilità (e, insieme a lei, i prodotti culturali che volevo tirare in mezzo si facevano sempre meno recenti, e più dimenticati).
Qualche giorno fa, però, in un viaggio sgangherato fra treno e pullman per tornare a casa, in Puglia, ho deciso che entro il fine settimana vi avrei scritto, a prescindere dallo stato delle cose. E poi ho rimandato al treno di ritorno a Roma, per paura. E poi ho rimandato ancora, fino a questo fine settimana in cui mi sono detto: “mandala così com’è, scemo”. Perché mi sono ricordato che in principio passaggi voleva essere proprio questo: confronti sperimentali; connessioni fra libri impolverati e contenuti che brillano alla luce del sole, ma senza volontà di arrivare a qualsivoglia conclusioni; quanto di più vicino a una chiacchierata collettiva, senza schemi, senza mappe o direzioni, ma solo per il gusto di farlo.
Va detto che andare a ruota libera è fra le cose più difficili. Quindi, piuttosto che definire un tema, mi arrenderò ad un punto di partenza, e poi vediamo dove andare a finire. Quello di questo numero zero è: scatoloni.
“scatoloni”
Avete presente quel fatidico momento in cui bisogna traslocare - o comunque trasportare un sacco di roba da un luogo all’altro? Personalmente, comincio a visualizzare schemi potenzialmente infiniti di rigorose etichette mentali per dividere la roba negli scatoloni (come mi vedreste: in genere immobile con un libro in mano, e lo sguardo perso nel vuoto). Partirei dalla suddivisione basica di categoria fra libri, dischi, cianfrusaglie per fare escursioni in montagna, eccetera. Mano a mano che questa frenesia di categorizzazione sale in me - specialmente se trovo eccitanti scatolette di piccole dimensioni - comincio a inventare sottocategorie che mi soddisfano enormemente (esempio: una mini scatoletta con le ormai inutilizzate dieci spille comprate all’Hard Rock Café di Firenze ai tempi del liceo).

Poi, però, arriva necessariamente un momento in cui ti si presenta quell’oggetto che riesce a sfuggire ad ogni categoria già esistente: nel mio caso, il pedalino Metal Zone della Boss risalente alla gaudente adolescenza metallara, durante la quale mi illudevo di poter ottenere un riconoscimento sociale collettivo studiando impossibili assoli di chitarra. Ma da quando vivo a Roma non ho più nemmeno un amplificatore, quindi ti conservo. Ma dove ti metto? A quale categoria appartieni?! Domanda tutt’ora irrisolta.
Da quel momento in poi finisco per mischiare tutto, e ogni categoria crolla rovinosamente: arrivo a creare la famosa scatola (più delle volte busta IKEA blu) in cui ammasso qualsiasi oggetto resistente ai sottoinsiemi, e puntualmente la dimentico fino al momento in cui non la ritiro fuori, mesi ed acari dopo. E lì succede: mi perdo nell’oggetto in se, nei ricordi che vengono fuori insieme a lui, nell’ammirazione della sua capacità di essere incategorizzabile.
Lo spunto iniziale, quindi, di questo numero zero, scatoloni, in realtà si presuppone di essere lo spunto stesso di questa newsletter, in prospettiva. Il mettere da parte le categorie prefisse è quello che consente curiosi e audaci passaggi. Allo stesso tempo, però, vorrei esplorare il concetto di “passaggio” soprattutto inteso come scambio fra due persone; passaggio di condivisione fra due agenti equamente coinvolti nel dare e nel ricevere.
Per questo motivo, vorrei cominciare da un passaggio all’inizio di un racconto di Domenico Rea, “Il Bocciuolo”, contenuto nella raccolta Gesù, fate luce! - Spaccanapoli, edita da Mondadori nel 1976:
“Da anni, mi ero riparato in me stesso; scambiando parole convenzionali con gli altri, qualche confidenza con Giulia, cameriera, governante e, a forza di convivenza, una mia consanguinea. Il resto, gli amori, gli svaghi, la politica, ridotti a una evasiva curiosità; persuaso che il mondo è indirizzato alla giungla. E tutto ciò, per desiderio di solitudine, di così piena solitudine da credere che non si sia in comunione nemmeno con se stessi. E, sopportando la vita con un "deve finire!" per ideale, un bello triste giorno, mi trovai davanti una strada a zig-zag, che percorrevo sempre col cuore che aumentava i battiti all'avvicinarsi dell'ora e del luogo, placandosi solo davanti a lei.”1
Prima e fondamentale avvertenza: cercherò, in linea di massima, di non commentare qualsiasi contenuto qui proposto con il linguaggio sempre più discutibile di molte recensioni dei nostri giorni. Non pretenderò di “originalizzare” fino alla nausea la mia visione di un nuovo album, film o libro, in una sfida artistica con l’opera. L’originalità di questa newsletter la cercherò, piuttosto, nell’incontro fra le cose, e - più di ogni altra cosa - dal dialogo che potrebbe essere generato all’interno di questi spazi. Quindi siete invitatx2 già da ora a commentare e contattarmi attraverso i canali in coda alla newsletter per dirmi cosa ne pensate.
Abituatevi, se ne avrete voglia, agli infiniti giri: capirete, continuando a leggere e seguire questa mia follia, che sono una persona estremamente prolissa. E queste righe sono il luogo in cui, rispetto a questi presunti ‘difetti’ che i tempi che corrono continuano ad addossarci, procederò “in direzione ostinata e contraria”. Quindi, mettetevi comodx - o ‘tagliate questo tomo’ in parti di lettura più piccole (come alcuni eretici ultimamente fanno sempre più di frequente).
Dopo una lunga attesa e una altrettanto lunga premessa, cominciamo!
Ps: Che poi, se Kanye continua a farci aspettare x tempo per album tremendi, razzisti e maschilisti, io non potrò prendermi qualche mese per la mia matrioska di divagazioni?! Di sicuro non riempirò l’attesa oggettificando e mettendo in vetrina il corpo della mia ragazza in un feed Instagram che, fra qualche decennio (mi illudo), sarà stigmatizzato nei manuali di scuola di (mi illudo nuovamente) educazione sessuale e studi di genere.
Pps: Ai tempi in cui scrivevo questo il suo feed ancora esisteva. Adesso, grazie al cielo, non c’è più, ma il mio astio nei confronti di Kanye resta vivo, e quindi questa parte non scompare.
Lil Yachty e le nuove Lezioni Americane
Comincerò con un collegamento immediato e paraculo con quanto detto poco sopra, utilizzando un estratto da un’intervista ad Italo Calvino:
“Nella mia vita ho incontrato donne di grande forza. Non potrei vivere senza una donna al mio fianco.”3
Quanto lontana può dirsi questa necessità di possesso dall’idea di oggettificazione della donna? Non ho nessuna intenzione di diffamare Calvino (né tantomeno di accostarlo a Kanye West, piuttosto la morte!): Calvino è uno scrittore che adoro, e non conosco abbastanza vicende biografiche o tendenze caratteriali della sua vita privata. Ma qui vorrei giocare audacemente a metterlo in relazione con il rapper americano Lil Yachty, e prima di farlo avevo bisogno di cercare di dissolvere in qualche modo l’aura che lo circonda di istituzione letteraria, inevitabilmente - e giustamente - sollevata dall’enorme tesoro che è la sua produzione.
In particolare, di Calvino oggi userò le Lezioni Americane, una serie di saggi preparati in occasione di una serie di conferenze che avrebbe tenuto ad Harvard; ultimo scritto che mai ha completato a causa della sua morte improvvisa (e che mancano, infatti, dell’ultima delle sei: consistency).

Non mi interessa fare una ‘lezione sulle Lezioni’, citando numerosi passaggi tratti dai vari saggi della raccolta (che comunque vi invito caldamente a leggere: sono una navigata all’interno della storia della letteratura ricchissima, e mi hanno aiutato molto a comprendere la natura che avrei voluto dare a questa newsletter). Ciò che mi interessa esplorare è piuttosto la necessità di Calvino scrittore che, giunto a dover in qualche modo dare lezione sulla letteratura in generale, sente inevitabilmente la necessità di categorizzare - o ad essere più precisi, etichettare. E me lo vedo, perso a riordinare continuamente e a spostare la libreria delle sue idee; lui che ha creato Cosmicomiche e Città Invisibili, adesso divide le lezioni in categorie.
Di palo in frasca, per chi se lo fosse perso, lo scorso anno Lil Yachty ha pubblicato un album PAZZESCO. Ascoltatelo immediatamente:
Il titolo stesso dell’album è emblematico: “cominciamo da qui”. E vi assicuro che non è come quando ci imponiamo buoni propositi dicendo “da adesso in poi…”; non è nemmeno quel momento in cui un artista comincia un nuovo ciclo dicendo: “facciamo un po’ ordine”. Lil Yachty fa l’esatto opposto: comincia mischiando generi, influenze, mood, colori. Guardate i caratteri nei titoli della tracklist: un casino totale - e meraviglioso. Un artista che fino a prima di quest’uscita era saldamente legato ad un preciso genere, con questo lavoro crea una moltitudine per la quale non basterebbero mille etichette.
Look 'pon the dance floor, they're schemin' (Look 'pon the dance floor, they're schemin')
At first I didn't believe it, but why shouldn't I?
In una delle lezioni, Calvino dice che “la novella è un cavallo: […] con una sua andatura, trotto o galoppo, secondo il percorso che deve compiere”4. Lil Yachty nelle varie tracce invece alterna andature che si fondono così bene - pur essendo sempre diverse - che non ha più senso nemmeno categorizzarle. In questo nuovo inizio, il rapper ci mette di fronte ad una nuova serie di ‘lezioni americane’, regalando un nuovo punto di partenza al genere dell’hip-hop e alla sua canonizzazione, che nasce, per l’appunto, proprio negli Stati Uniti.
Subito dopo questo album Lil Yachty si è lanciato in un periodo di enorme sperimentazione: ha annunciato un joint album con James Blake; ha dato vita ad un progetto collettivo che si chiama Concrete Boys, e che spacca:
Se volete poi parliamo in altra sede di quanto spacca KARRAHBOOO.
Qui mi limito a dire che le loro produzioni, come per Let’s Start Here. di Lil Yachty, ci offrono uno spunto interessante: provate a immaginare di riprodurre i singoli pezzi senza le tracce vocali, e vi assicuro che dovrete scapigliarvi per poter assegnare un genere ad ognuna di loro. Non finisce qui: se a seguito di questa rinnovata percezione proverete a riascoltare i vari testi, inevitabilmente questi assumeranno connotazioni e sfumature nuove.
Forse Calvino non intendeva qualcosa di troppo differente quando, all’inizio della prima lezione, Leggerezza (la più affascinante, a mio avviso), definisce la sua operazione letteraria “il più delle volte come una sottrazione di peso”5 . Con leggerezza, Lil Yachty alterna nelle varie tracce dell’album questo:
Distant connections, a large interval
A black man with mouths to feed
Embracing equality throughout greed (Ha)
a questo:
(Ha) I am so pretty
(Ha) I feel so pretty
(Ha) I'm so damn pretty
Credo che continuerò ad amarti alla follia per sempre, Calvino. Ma quanto è più bella la vita senza categorie. Quanto è bello quando, come nell’immagine dei Six Memos poco più sopra, la consistency scompare. E in questo specifico frangente azzarderò una traduzione: coerenza.
Quanto ci si allarga lo sguardo quando abbandoniamo i freni della coerenza.
La Chimera e la diga di Assuan
Il bello di lasciare le cose in sospeso per un po’ di tempo è che quand- no, cazzate. Odio il mio procrastinare, e vorrei essere molto più immediato nei confronti dei miei propositi in generale. Però a sto giro ho sculato: volevo parlarvi de La Chimera di Alice Rohrwacher a gennaio, quando era ancora fresca di uscita nelle sale. Adesso però concorre per tredici premi ai prossimi David, quindi se ne parlerà di nuovo. Fiuu.
Non credo di sbilanciarmi troppo nel dirvi che questo film è quanto di più bello l’industria cinematografica italiana abbia creato negli ultimi anni. Per attraversarlo come ho intenzione di fare, però, prima ho bisogno di parlarvi della diga di Assuan.
Fra i più grandi capolavori ingegneristici, la diga venne costruita negli anni Sessanta per ottimizzare lo sfruttamento idrico dell’immenso delta del Nilo. Il progetto prevedeva la realizzazione di un lago artificiale nel quale sarebbero confluite le acque del fiume in periodi di grande piena. Questo lago artificiale, però, si è dimostrato negli anni enormemente invasivo nei confronti dell’ambiente circostante. Numerosissime abitazioni dovettero essere abbandonate. Ma ciò che mi interessa raccontare più di tutto è che addirittura un intero sito archeologico, il complesso di templi di Abu Simbel, è stato letteralmente spostato, perché minacciato di inondazione.
I lavori di spostamento sono durati cinque anni, e questo massiccio ‘trasloco’ coordinato dall’UNESCO ha coinvolto lavoratori da 113 paesi del mondo, i quali hanno collaborato per tagliare in blocchi gli enormi monumenti del complesso per ricostruirlo fedelmente appena 210 metri più indietro e 60 metri più in alto rispetto alla posizione originale. Sono sempre stato enormemente affascinato da questa storia, come (fin da piccolo) dall’archeologia in generale: in particolare, ammiro e quasi venero la dedizione e la cura con cui reperti storici di qualsiasi tipo, valore o dimensioni, vengano traslocati, per essere esposti ed ammirati come portali spazio temporali aperti su tempi e spazi più o meno recenti.
Questo è uno dei motivi per cui probabilmente ho adorato La Chimera: sono rimasto sorpreso nel constatare come qualsiasi reperto nel film venisse maneggiato dai tombaroli protagonisti senza alcun tipo di precauzione, e per fini completamente diversi. Allo stesso tempo, però, questo non diminuisce l’amore e la devozione, seppur diversi per ognuno dei personaggi in questione, nei confronti dei ritrovamenti del loro scavare.
Senza voler fare enormi spoiler (d’altronde è uscito a dicembre 2023, quindi non mi sento assolutamente in colpa e datevi una mossa a recuperarlo), la cricca di protagonisti, al termine di una serata bevereccia, ritrova una tomba sotterranea; al suo interno, perfettamente intatta, una statua di quella che a me è sembrata una specie di Venere etrusca, che appare immediatamente come reperto dal valore immenso. Uno dei tombaroli, per accelerare l’estrazione della statua dalla tomba… le stacca la testa. E, vi assicuro, non con la minuzia dei tagliatori di marmo di Carrara che hanno segmentato il tempio di Abu Simbel.
Rohrwacher decide di staccare la testa all’oggetto più affascinante (e intatto) ritrovato nell’intero film: decapita il gusto classico, impolverato, con il presupposto di metterlo in crisi e rimontarlo. D’altronde, se doveste scegliere un genere per definire La Chimera su un biglietto di ingresso in un cinema, quale scegliereste? (Il mio biglietto è a fare il segnalibro chissà dove, non posso chiederglielo…) Letterbox definisce questo film con ben cinque generi: comedy, romance, adventure, fantasy, drama. La traduzione dall’inglese di quest’ultimo genere, drama, non va intesa semplicemente come drammatica nell’accezione tragica del termine; piuttosto, come storia di fantasia dalle caratteristiche vicine al testo teatrale, all’invenzione di vicende, di caratteri e di interazioni fra questi.
Con La Chimera Rohrwacher non apre solo antiche tombe, ma spolvera i vecchi scatoloni delle categorie cinematografiche in un incontro che ci lascia pochi punti di riferimento: un luogo che supponiamo possa essere la Toscana (data la natura simil-etrusca dei ritrovamenti che appaiono nel film), ma che non viene mai definito chiaramente; dialetti e accenti “meridionaleggianti” e accomunabili fra loro, ma mai identici o assimilabili; un vago sapore temporale di fine secolo scorso, ma intuibile solo dall’accostamento di colori e stili diversi di veicoli, vestiti, palazzi. Nel bel mezzo di tutto ciò, il protagonista principale è un inglese.
Se il reperto archeologico è l’oggetto per eccellenza memore di un determinato luogo e spazio, la cricca di scalmanati che profana tombe in questo film è un patrimonio umano collettivo. L’incontro di queste umanità, che usano reperti come soprammobili e coppe etrusche per cuocere la pasta, affida allo straniero il dono di trovare le cose nascoste. Non a caso, in un emblematico finale (altro spoiler!! Mannaggia, non hai interrotto la lettura per recuperare il film?! Torna qui solo dopo averlo fatto!), la casa del protagonista viene distrutta e sparisce. E la gru che scoperchia il tetto sembra me, me quando apro quella scatola degli oggetti incategorizzabili per guardarli un po’, riflettere sul loro posto nel mondo, ridargli un posto in giro nella mia vita, condurli chissà dove.
Le cose fuori posto, nei musei o esposte in bella vista in una piazza, che valore assumono? Queste prigioniere lontane6 sono messe alla gogna e forzate dai nostri giorni a diventare testimoni di altri mondi e altri tempi. Per evitare di partire per la tangente - più di quanto già non abbia fatto - non approfondirò un altro spunto derivante dal mito della Nave di Teseo, perché secondo me concettualmente diverso sotto molti aspetti. Ma vi propongo comunque questa suggestione, come idea di confronto e discussione.
Il passaggio che vi offro per concludere piuttosto è: La Chimera, in mille forme diverse ma con poca formalità, smonta molte categorie preconcette che inevitabilmente ingabbiano anche il cinema italiano; e da questo rimescolare viene fuori un ritratto d’amore senza tempo e luogo, che non rende mai artificiale la naturalezza del sentire umano. L’UNESCO, invece, nello spostare di appena qualche metro il complesso di Abu Simbel ha, nonostante l’estrema cura nel preservare un’identica inclinazione rispetto al sole e agli astri, sfasato i due giorni all’anno in cui, al sorgere del sole, le quattro statue delle quattro divinità nella camera centrale del tempio erano contemporaneamente illuminate.
Che fine fa l’autenticità in tutto questo?
Cose a caso, ma manco troppo
Ce l’abbiamo fatta, le battute finali. Prima di salutarvi, però, come ogni bella newsletter che mi fa sballare, vorrei inserire in coda delle rubrichette piene di chicchette. Substack però mi dice che sono “prossimo al limite di lunghezza dell’email”. Non sono sorpreso… Anzi, sono in ansia se penso che ho deciso anche di dilungarmi troppo. Vabbè.
Per questo numero zero la faccio molto breve: vi introduco la prima rubrichetta, che è già la mia preferita! Cose a caso, ma manco troppo.
Un po’ di giorni fa ho scoperto grazie ad un articolo de Il Post che cos’è lo sludge content. Assurdo. Quindi, per chi già conosceva tutto ciò che vi ho proposto - o per chi vive in costante bulimia di contenuti come me - vi regalo questa perla: Il Settimo Sigillo, ma sludgeato di contenuti a caso tutt’intorno. Perfettamente in linea con i discorsi appena fatti.
Saluti
Siamo arrivati alla fine (io, e le persone che ho ricattato per arrivare fin qui senza morire), e sono incredibilmente entusiasta che questa cosa prenda forma. Ma, dato che allo stesso tempo voglio che una forma definita non la prenda mai, vi prego di contattarmi in qualunque modo vogliate per dirmi qualsiasi cosa pensiate.
Sarà il pane per il proseguimento di tutto questo.
https://linktr.ee/nicolaboccardi
E se in qualche modo i discorsi ti hanno stimolato, tira dentro questi spazi chiunque ti pare e condividi!
Ciao, alla prossima! Con tutto l’affetto del mondo
Nicola, ma per gli amici Bocco
Gesù, fate luce - Spaccanapoli, Domenico Rea. Oscar Mondadori, 1972, pp. 323-4.
Negli ultimi tempi rifletto sempre più su come l’italiano scritto debba assecondare i movimenti di parità di genere; ultimamente, mi piace usare la desinenza ‘x’, che inserisce una scomoda variabile matematica in un contesto umanistico - e che è lontana graficamente da tutte le vocali.
Se una sera d’autunno uno scrittore, intervista di Ludovica Ripa di Meana, “L’Europeo”, 17 novembre 1980, pp.84-91.
Lezioni Americane, Italo Calvino. Oscar Mondadori, 2014, p. 42.
Ivi, p. 7.
Altra riflessione di genere, già che ci siamo: si parla delle cose, quindi la metafora continua mettendo al centro delle prigioniere. Scommetto che in molti casi avremmo trovato dei prigionieri. Stiamo attentx.






Bravo Branzino, ora tocca mettere il secondo piede a terra per capire dove (e come) si va.